
La certificazione ATEX riguarda gli apparecchi, non gli stabilimenti: è la procedura con cui il fabbricante dimostra che un motore, una lampada, un sensore o una pompa possono essere usati in sicurezza in atmosfera potenzialmente esplosiva. Chi gestisce un’azienda con aree a rischio di esplosione non deve quindi far certificare l’impianto. Deve far classificare le zone, scegliere apparecchi con la marcatura adatta e far progettare e verificare l’impianto elettrico. La certificazione entra in gioco quando si acquista o si sostituisce un componente in un’area classificata. Il dubbio tipico è capire se l’apparecchio scelto sia adatto alla zona. La risposta è scritta sulla targa, nella marcatura. Leggerla bene evita due errori opposti: installare un componente non idoneo oppure pagare un livello di protezione che non serve.
Certificazione ATEX: cosa si certifica e cosa no
Sotto il nome ATEX convivono due direttive europee diverse. La prima è la direttiva 2014/34/UE, rivolta ai fabbricanti. Riguarda apparecchi e sistemi di protezione destinati alle atmosfere potenzialmente esplosive e in Italia è attuata dal D.Lgs. 85/2016. Si applica dal 20 aprile 2016 e ha sostituito la precedente direttiva 94/9/CE.
La seconda è la direttiva 1999/92/CE, rivolta ai datori di lavoro. In Italia è confluita nel Titolo XI del D.Lgs. 81/2008 e riguarda la sicurezza dei luoghi di lavoro.
Quando si parla di certificazione ATEX ci si riferisce alla prima. Uno stabilimento non ottiene una certificazione: le sue aree vengono suddivise in zone con la classificazione ATEX, che è compito del datore di lavoro.
Si certifica l’apparecchio. Il luogo di lavoro si classifica, l’impianto si progetta e si verifica.
La direttiva prodotti non riguarda solo il materiale elettrico. Vi rientrano anche apparecchi non elettrici con sorgenti di accensione proprie, come pompe, riduttori e ventilatori.
Certificazione ATEX di un impianto: cosa serve davvero all’azienda
Chi cerca la certificazione ATEX di un impianto o di un capannone ha di solito bisogno di altro. La legge non prevede un certificato ATEX dello stabilimento rilasciato una volta per tutte: chiede al datore di lavoro una serie di adempimenti, ciascuno dei quali si regge sul precedente.
Il primo è la classificazione delle aree in zone, che stabilisce dove può formarsi un’atmosfera esplosiva e con quale frequenza. Il secondo è la valutazione del rischio di esplosione, che si chiude con il documento sulla protezione contro le esplosioni. Il terzo riguarda l’impianto elettrico: va progettato in base alle zone, realizzato con apparecchi di categoria adeguata e dichiarato conforme dall’installatore. Nelle zone 0, 1, 20 e 21 le installazioni elettriche sono poi soggette alle verifiche del DPR 462/2001.
La marcatura degli apparecchi è quindi l’ultimo anello della catena. Si legge correttamente solo dopo aver stabilito in quale zona l’apparecchio dovrà lavorare.
Chi rilascia la certificazione ATEX: fabbricante e organismo notificato
Per chi acquista, sapere chi rilascia la certificazione serve a capire quale documento chiedere al fornitore. La direttiva divide gli apparecchi in due gruppi. Il gruppo I è destinato alle miniere. Il gruppo II copre tutti gli altri ambienti e interessa la quasi totalità delle aziende. Dentro il gruppo II esistono tre categorie, legate al livello di protezione: molto elevato per la categoria 1, elevato per la categoria 2, normale per la categoria 3.
La categoria decide chi interviene nella valutazione di conformità. Per la categoria 1 serve sempre un organismo notificato, che esegue l’esame UE del tipo e interviene anche nella fase di produzione. Per la categoria 2 l’esame UE del tipo è richiesto per gli apparecchi elettrici e per i motori a combustione interna. Per gli altri apparecchi di categoria 2 il fabbricante applica il controllo interno della produzione e deposita la documentazione tecnica presso un organismo notificato.
Per la categoria 3 il fabbricante opera in autonomia, con il controllo interno della produzione. In questo caso non esiste un certificato emesso da terzi. Il documento da richiedere è la dichiarazione di conformità UE del fabbricante.
Per un apparecchio di categoria 3 il “certificato ATEX” è la dichiarazione di conformità UE firmata dal fabbricante.
In tutti i casi l’apparecchio viene consegnato con dichiarazione di conformità UE e istruzioni per l’uso. Questi due documenti vanno conservati: servono per l’installazione, per la manutenzione e in caso di verifica. I componenti privi di funzione autonoma seguono una regola a parte. Sono accompagnati da un attestato di conformità e non portano la marcatura CE.
Come leggere la marcatura ATEX di un apparecchio
La marcatura è una sequenza di sigle con un ordine preciso. Un esempio per un apparecchio destinato ai gas è: CE, numero dell’organismo notificato, simbolo Ex nell’esagono, poi II 2 G Ex db IIC T4 Gb. Ogni elemento risponde a una domanda diversa.
| Elemento | Significato | Cosa verificare |
|---|---|---|
| CE e numero a quattro cifre | Marcatura CE e organismo notificato coinvolto nel controllo della produzione | Presenza della dichiarazione di conformità UE |
| Esagono con Ex | Marchio specifico di protezione dalle esplosioni | Deve essere sulla targa, non solo sul catalogo |
| II | Gruppo di apparecchi (I miniere, II altri ambienti) | Gruppo II per l’industria di superficie |
| 2 | Categoria (1, 2 o 3) | Coerenza con la zona di installazione |
| G | Tipo di atmosfera: G gas, D polveri | Coerenza con la sostanza presente |
| Ex db | Modo di protezione (qui custodia a prova di esplosione) | Vincoli di installazione indicati nelle istruzioni |
| IIC | Gruppo di gas (IIA, IIB, IIC) | Il gruppo deve coprire la sostanza presente |
| T4 | Classe di temperatura | Deve restare sotto la temperatura di accensione della sostanza |
| Gb | Livello di protezione dell’apparecchio (EPL) | Coerenza con la zona |
Il gruppo di gas indica quanto la miscela è facile da innescare. IIA comprende sostanze come il propano, IIB l’etilene, IIC l’idrogeno e l’acetilene. Un apparecchio IIC può essere usato anche con gas dei gruppi IIA e IIB. Non vale il contrario.
La classe di temperatura indica la massima temperatura superficiale dell’apparecchio. Le classi vanno da T1 a T6: 450 °C, 300 °C, 200 °C, 135 °C, 100 °C e 85 °C. Più alto è il numero, più bassa è la temperatura raggiunta.
Nella classificazione ATEX delle polveri i gruppi vanno da IIIA a IIIC. La temperatura massima superficiale è scritta in gradi, non con una classe T. Una targa tipica riporta ad esempio II 2 D Ex tb IIIC T135 °C Db.

Quale categoria serve in ogni zona
La scelta parte dalla zona in cui l’apparecchio sarà installato. Il criterio è fissato dall’Allegato L del D.Lgs. 81/2008 e vale salvo che il documento sulla protezione contro le esplosioni preveda diversamente.
| Zona | Categoria ammessa | Livello di protezione (EPL) |
|---|---|---|
| Zona 0 (gas) | 1G | Ga |
| Zona 1 (gas) | 1G o 2G | Ga o Gb |
| Zona 2 (gas) | 1G, 2G o 3G | Ga, Gb o Gc |
| Zona 20 (polveri) | 1D | Da |
| Zona 21 (polveri) | 1D o 2D | Da o Db |
| Zona 22 (polveri) | 1D, 2D o 3D | Da, Db o Dc |
Un apparecchio di categoria superiore può sempre essere usato in una zona meno gravosa. Le zone ATEX 0, 1 e 2 per i gas e le zone 20, 21 e 22 per le polveri si distinguono per frequenza e durata dell’atmosfera esplosiva.
La categoria da sola non basta. Vanno confrontati anche il gruppo e la temperatura con le caratteristiche della sostanza. Per i gas conta la temperatura di accensione. Per le polveri contano sia la temperatura di accensione della nube sia quella dello strato depositato.
La categoria giusta nella zona sbagliata, o con la sostanza sbagliata, non rende sicuro l’apparecchio.
Apparecchi esistenti, motori e sostituzioni
Negli stabilimenti in funzione da tempo si trovano apparecchi di età diverse. Il D.Lgs. 81/2008 distingue due casi. Le attrezzature già in uso o a disposizione dell’azienda prima del 30 giugno 2003 devono rispettare i requisiti minimi dell’Allegato L, parte A. Quelle messe a disposizione dopo quella data devono rispettare le parti A e B, quindi anche i criteri di scelta per categoria.
Sui motori elettrici l’attenzione va a due aspetti. Il primo è la coerenza tra targa e zona, come per ogni altro apparecchio. Il secondo riguarda l’alimentazione tramite inverter: va verificato che la certificazione del motore la preveda e a quali condizioni. Il dato si trova nella documentazione del fabbricante.
Le sostituzioni sono il momento più delicato. Un componente ordinario montato al posto di uno certificato annulla la protezione dell’intero punto di installazione. Vale anche per prodotti di buona qualità e con grado di protezione IP elevato: il grado IP non equivale a una certificazione ATEX. Lo stesso principio guida la progettazione degli impianti elettrici in zona ATEX, dove ogni apparecchio è scelto in base a zona, gruppo e temperatura.
Domande frequenti sulla certificazione ATEX
Un impianto o un capannone possono avere la certificazione ATEX?
No. La certificazione riguarda apparecchi e sistemi di protezione immessi sul mercato dal fabbricante. Per i luoghi di lavoro la legge richiede altro, a carico del datore di lavoro. Servono la classificazione delle aree in zone, la valutazione del rischio di esplosione e il documento sulla protezione contro le esplosioni.
Un apparecchio di categoria 2 può essere installato in zona 2?
Sì. In zona 2 sono ammesse le categorie 1, 2 e 3. Un apparecchio di categoria 2G offre quindi un livello di protezione superiore al minimo richiesto. Restano da verificare il gruppo di gas e la classe di temperatura, che devono essere compatibili con la sostanza presente.
Che differenza c’è tra ATEX e IECEx?
ATEX è il quadro legislativo dell’Unione europea ed è obbligatorio per immettere sul mercato europeo gli apparecchi destinati alle atmosfere esplosive. IECEx è uno schema di certificazione internazionale su base volontaria, fondato sulle norme IEC. Molti prodotti riportano entrambe le marcature, ma in Europa IECEx non sostituisce la conformità alla direttiva.
Chi controlla che gli apparecchi installati siano idonei?
La responsabilità è del datore di lavoro, che deve garantire apparecchi adeguati alle zone classificate. Le installazioni elettriche nelle zone 0, 1, 20 e 21 sono inoltre soggette alle verifiche previste dal DPR 462/2001. In fase di progetto e di manutenzione il controllo si fa confrontando targa, documentazione e classificazione delle aree.
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